ITALY, THE EUROPEAN LAB by Leonardo Manzari

The tense phase of the formation of the new government has reached the first important step, the appointment of the PM. 80 days, if we consider the new political scenario – a real re-shake for Italian politics – is a reasonable timing, also in comparison with Germany (6 months for the latest version of the Grosse Koalition), Belgium (1,5 year), Spain (10 months).

Nevertheless all EU top political leaders and some national leaders, French President Macron, Germany’s Chancellor Merkel have not lost the occasion to remark that the Italian situation is worrying Europe, that Italy has to keep its EU financial commitments, that they have confidence in the Italian President Mattarella (as a form of indirect pressure, as they succeded in 2011 with President Napolitano).

I have not voted neither for M5S nor for Lega, but it is quite evident here that Italians have voted for a change and their will has to be respected, also in the formation of the new coalition and government.

And President Mattarella has too deep knowledge of the Constitution and of the Italian system to divert from the results of the elections, especially after the clear demonstration of distance shown by most of EU countries towards the problem of migrants in the Mediterranean and, in general, towards the EU project when, their domestic issues are involved.

If EU citizens had not perceived till now the embarrassing limits of the political elite ruling in Brussels, it would be easy to believe these “calls” were due to the mere aim of putting Italy under pressure, as an economic and industrial rival, at the time of the global trend turnaround.

True, Italy has a complex public debt to be managed, but almost all countries (except Germany, all founder countries) show political, economic, financial, social critical points, which may represent a threat for the whole EU.

Much to Italians’ anger, none of the local politicians, nor institutional chairpersons have openly signalled to the EU authorities that the timing required to form a new government had to be patiently respected.

Unless awarding the populist parties and eurosceptics with even higher consensus.

At a deeper sight of this pressure, comes to evidence that the fear of a domino effect of populism and euroscepticism to the rest of Europe, after Brexit, is the real nightmare crossing EU east to west, south to north.

Because the only large EU founder country which “feels on its skin” – all at the same time – the eastern diffidence, like the western will of political insulation, the northern wealth combined with the tensions of local multi-ethnic societies (still far from being integrated societies), like the southern underdevelopment, the EU unfitness to properly play a balancing approach towards Africa and Middle East is Italy.

So Italy, as already many times along its incredibly rich history, really looks to be a melting pot of all tensions, like challenges that a modern and equilibrated Union has to face.

Has EU understood this of Italy? Or someone is still thinking that only one model of Europe is possible, only one way is reliable? Has EU perceived that the road towards a strong Union cannot be the erasing of all differences, but their inclusion through the sharing of the main problems?

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Il 1° Maggio e la rivoluzione dei robot

La retorica sul 1° maggio si spenderà a piene mani anche quest’anno.
A 200 anni dalla nascita di Karl Marx , avvenuta Il 5 maggio 1818 a Treviri in Renania, ci si chiede ancora quale sia l’eredità del

filosofo più citato e meno letto della storia, che col senno di poi si rivelò un gigante in economia e un quasi gnomo in filosofia.
In un mondo globalizzato e precarizzato, dove la finanza ha sopravanzato l’economia, Marx, con la forza profetica che gli proveniva dalla sua origine ebraica, aveva preconizzato e compreso tutti i processi dello sviluppo del Capitale, salvo a prevedere che il proletariato come costruzione pragmatica, filosofica e idiomatica, si sarebbe parcellizzato e frantumato diventando di fatto un sottoprodotto mentale di quella borghesia che si voleva stigmatizzare e superare con un processo rivoluzionario dai contorni mai del tutto chiari.
I proletari di oggi che non se ne rendono forse conto e non vogliono certo fare la rivoluzione, sono i nuovi precari, gli esodati, gli extracomunitari e i giovani che non studiano e non lavorano, ma che in fondo inseguono tutti le relazioni liquide di uno smartphone, col livore del social network.
Nessun sindacato li rappresenta più. Questa è un’umanità arrabbiata e sfiduciata, che sa di non avere alternative ai trucioli di una società malata che in Occidente si è evoluta ma poi ha imboccato una via in discesa vivendo troppo a lungo al di sopra delle proprie possibilità a

scapito di Paesi retti da oligarchie e da potentati vissuti all’ombra della guerra fredda.
Quando tenti di estirpare dall’uomo, il suo afflato spirituale e la sua voglia di migliorarsi attraverso l’impresa, gli hai rubato l’anima come hanno dimostrato i tracolli dei Paesi dell’est Europa.
Anche questa è retorica, non ci sono ricette precostituite. L’uguaglianza vagheggiata per tutto un secolo si è rivelata un’utopia. Anche le Elites sono ora ridotte al lumicino come le classi dirigenti cannibalizzate dalla retorica stolta del 1 vale 1, che ha distrutto i corpi intermedi senza trovare soluzioni praticabili.

Alla Repubblica ideale di Platone si dovrebbe sostituire la democrazia possibile di Aristotele.

L’essenza delle cose come dei processi produttivi, va cercata nella materia e non al di fuori di essa; anche in questo Marx aveva ragione. Ma relegando la spiritualità a fatto meramente privato, ha finito per resuscitare lo Stato etico di Hegel.
Dove rifugiarsi allora, quando il lavoro non appare più come lo strumento razionale per la realizzazione dell’uomo?
Forse non rimane che la religione della libertà e del

dovere, laicamente propugnata da Benedetto Croce; Ma queste non sono che elucubrazioni da vecchio liberale, difficili da spiegare a chi non può mangiare.
È più facile prendersela col vicino che magari è più povero di te e diventa il tuo nemico in una guerra tra poveri di cui qualcuno approfitta sempre.
Non disperiamo, comunque. Forse la rivoluzione la faranno i robot, quando matureranno una coscienza e si ribelleranno all’algoritmo che li governa.
Ma noi, non stiamo forse diventando dei robot, lobotomizzati e ridotti allo stato tribale?