Israele, l’impossibile sogno di normalità

Sul porto di Haifa Il sogno di Erertz Israel ti cattura ancora. Perché in nessuna parte del mondo il mare ha quel colore, in nessuna parte del mondo il cielo assume quel blu così intenso. Per ogni ebreo, che tocchi questa Terra, per la prima o per la quarantesima volta, questi sono i colori di una libertà e di un’identità ritrovata, ma anche di una ferita, mai completamente rimarginata, che si nutre di alterità.

Già se atterri all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, l’atmosfera è diversa: un giovane soldato, col volto da bambino e il mitra troppo pesante, ti squadra con l’indolenza supponente di chi conosce il suo compito e sa di dover resistere in una guerra che tu ancora non comprendi. Non puoi farti nessun selfie e la telecamera deve rimanere rigorosamente in borsa, Se non vuoi essere circondato all’istante.

C’è un giovane arabo sospetto.

. Il soldato bambino fa un impercettibile segno ad un commilitone. L’arabo è preso in una manovra a tenaglia, viene fermato, interrogato per le spicce e ridotto all’impotenza senza neanche il tempo di accorgersene.

La situazione rischia di degenerare, poi il ragazzo inveisce contro i soldati e riesce a malapena a tirar fuori dalla tasca interna dei pantaloni, il passaporto israeliano.

<<Brutto Stronzo, gli grida dietro il sergente ragazzino, buttandogli in faccia tutta la tensione di quegli attimi interminabili – il passaporto israeliano, lo devi portare in bella vista nel taschino della camicia, non vicino al buco del culo hai capito !? >>.

Il ragazzo guarda il suo zaino spsrso in terra. Si tocca la faccia dolorante Sta per spuntare ma non lo fa.

<<Vieni al posto di polizia – gli intima il militare, sei pulito! Ma non si sa mai. Per me potresti essere un terrorista! Muoviti, muoviti! >>.

Scopriremo poi che il ragazzo arabo si chiama Amri. Il nome del sottufficiale israeliano è Omri.

Lungo il corridoio i loro sguardi sono prigionieri gli uni degli altri.

Non sapremo mai come è andata a finire al posto di polizia, ma questo è il primo assaggio di quello che ci aspetta in Israele e del nostro sogno che tenta di resistere ai colpi della realtà.

Lo Stato ebraico appare un Paese diviso. La quotidianità qui è fatta di una sopravvivenza greve che non sa se arriverà a domani. Te ne accorgi subito dall’orografia dei quartieri. Quelli arabi sono sempre più sporchi e abbandonati. La propaganda palestinese parla di espropri quotidiani, ma è solo propaganda. Gli ebrei si sentono un popolo assediato in casa propria. Israele appare una comunità senza padri, con figli non ancora cresciuti e nonni troppo vecchi, di cui nessuno sembra in grado di raccogliere l’eredità.

La politica arranca anche qui. In un Paese che chiede disperatamente di essere normale, ma che sa di doverne pagare il prezzo e quando si esce di casa deve mettere in conto l’ipotesi che forse non si tornerà. Non c’è tregua. Ma è un terrore a bassa intensità. Continuo.

Fino ad arrivare allo stillicidio del terrorismo quotidiano e taciuto con cui ogni israeliano deve fare i conti. Conosciamo solo i morti dei vari attentati, ma le migliaia di feriti, sono morti mancati. Come la modella israeliana Shimrith Horowitz, che perse le gambe nell’attentato della discoteca Delfinarium di Tel Aviv, nel 2002 e che si chiedeva, rabbiosa e affranta, ma ancora indomita: << Come faró adesso ad andare in spiaggia ad Haifa senza Duepezzi? Come farà il mio ragazzo ad amarmi ancora?>>

Il diritto dei palestinesi ad una patria per quanto sacrosanto, non può alimentarsi di odio e di terrorismo così come gli israeliani non possono scegliere i propri interlocutori. Né si può continuare ad ignorare che furono i Paesi arabi a rifiutare fin dal 1948 l’opzione due popoli due Stati, convinti come erano, e come in parte sono anche oggi, di poter ricacciare in fondo al mare quel che resta degli ebrei.

Ma l’Europa non può continuare a tacere e a barcamenarsi senza mai fare una scelta. Non va peraltro taciuto che l’Italia è stata, da Mattei ad Andreotti fino a Craxi, la cerniera filo araba con i Paesi del Mediterraneo.

Una politica non sempre avveduta che ci ha assicurato una neutralità in bilico culminata con il Lodo Moro, del 1977, un accordo segreto che permetteva il passaggio in Italia delle armi e dei terroristi palestinesi. Come si trovassero in una zona franca. Questo non ha evitato nel 1982 la strage alla Sinagoga di Roma in cui è morto il piccolo Stefano Taché, solo recentemente inserito, con colpevole e omissivo ritardo Tra le vittime del terrorismo.

Alla luce di questo alcuni punti vanno chiariti.

Israele è l’unico Stato realmente democratico del Medio Oriente.

Nella Kenseth, il Parlamento israeliano, siedono ben tre partiti comunisti arabi. Gli arabi israeliani, pur se dilaniati da un profondo e insanabile dramma interiore, non se la sentono assolutamente di lasciare lo Stato ebraico per riparare nei territori controllati dall’Autorità palestinese.

I miei amici israeliani mi dicono sempre di sentirsi italiani, gli Italkim, come li chiamano qui, quando sono in Israele e israeliani quando sono in Italia.

Anche noi, i non ebrei, i goym, ci sentiamo spezzati e dimezzati in una Terra che, come diceva Rabin deve contenere le ragioni di due popoli.

La pace appare sempre più lontana, perché qui si scontra con esigenze reali e non con artifici retorici, verso i quali rimaniamo impotenti.

Nella nostra distorta memoria collettiva, l’ebreo buono è solo quello che suona il violino klezmer nei campi di sterminio, a cui si contrappone diametralmente, il guerrafondaio israeliano che prende i bambini palestinesi a mitragliate.

Questo approccio, oltre che falso e manicheo, è assolutamente fuorviante. La situazione dei profughi palestinesi è inumana e intollerabile.

Ma essi sono la vittima strumentale, come affermó Indro Montanelli in tempi non sospetti, soprattutto della politica e degli interessi dei Paesi arabi che li usano in chiave anti americana è anti israeliana. Dopo la morte dei Padri fondatori Israele appare un Paese, senza una leadership credibile, che si rinserra In un vecchio Fortino assediato come se fosse ancora nel ghetto di Varsavia, senza avere il coraggio di sortite in avanti.

Si richiede sempre agli israeliani di avere coraggio e di fare l’impossibile. D’altronde, lo hanno fatto per generazioni.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, per quanto duro e ondivago, appare l’unico in grado di identificare lo spirito del tempo e di scongiurare le spinte centrifughe che vengono dai partiti religiosi, i quali pure sono portatori di una seconda immigrazione ebraica proveniente dai Paesi maghrebini, che hanno sempre rivendicato una forte base identitaria, ma che hanno anche patito un grande complesso di inferiorità nei confronti della classe dirigente laica e ashkenazita d’Israele, che adesso sembra frantumata e incapace di contare, come ha dimostrato l’evanescente leadership laburista di Zipi Livni ed Ehud Barack, o il pur nobile ma fallimentare tentativo di unione rappresentato dal partito Kadima, la forza di centro fondata insieme dai due grandi vecchi della politica israeliana, Shimon Peres e Ariel Sharon.

Kadima, in ebraico, significa “Avanti! Come andrà avanti Israele?

Il bisogno di normalità si richiude nella sicurezza perché non vede altri sbocchi, se non quello di resistere sulla ridotta.

Resistere significa anche contrastare l’onda demografica che viene dalla parte araba, come fanno a loro modo, gli ortodossi del quartiere Meah Sharim.

Resistere significa anche cercare di ritrovare se stessi oltre una crisi che ti morde in Italia come altrove, come fanno molti ebrei italiani facendo la Aliah, il ritorno, soprattutto da Roma e dal Lazio cercando un nuovo difficile futuro in una Terra dove devono imparare tutto, anche la lingua.

Tutti chiedono uno scatto di coraggio ad Israele.

Ma noi, quelli che nelle nostre tiepide case, pontifichiamo di diritti umani, noi lo avremmo questo coraggio, al posto loro?

Saremmo capaci di parlare di pace se gli altoatesini o gli sloveni ci gettassero bombe in casa, o facessero saltare gli autobus sui quali i nostri figli vanno a scuola? Considerandoci Forza occupante?

Ditemi, lo avremmo questo coraggio, o, piuttosto ci difenderemo con ogni mezzo, senza mai varcare i recinti dell’odio?

Israele è un mondo, ma è anche tanti mondi, frammisti e non sempre uniti tra loro.

Non basterebbe una vita intera ad esplorarli tutti.

Michele Pacciano

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